La Medea di Ronconi giunge al Teatro Stabile Sloveno di Trieste il 28 e il 29 novembre

Il sipario si apre su una sala cinema con schermi multipli, sovrapposti, e file di sedie di legno che danno le spalle al pubblico. Qualcuno nella penombra sta assistendo alle proiezioni rischiarato solo dalla luce delle immagini, e noi con lui.
Una continuazione ideale della platea che porta il pubblico a sentirsi parte della tragedia.

Uno schermo trasmette immagini di paesaggi erosi da sabbia rossa, l’altro riprese di una operazione chirurgica. Gli organi pulsanti, gonfi e vischiosi ci improvvisano aruspici divinanti un cattivo presagio.

Tra noi e loro si pone una figura femminile vestita con abiti orientali che intona un canto simile a un lamento e ci introduce le sventure della sua padrona.

MedeaMedea, straniera in terra straniera, ripudiata dal marito Giasone per contrarre nuove nozze con la figlia del sovrano Creonte, è fuori di sé e non si dà pace.

La storia raccontata non è quella di una donna tradita che vuole vendetta – non è “solo un problema di letto” come la canzona Giasone – ma è la storia di Medea.

La protagonista della tragedia euripidea è una antieroina impegnata non nello scontro con l’uomo che l’ha umiliata, secondo l’antica dicotomia uomo-donna, ma nell’affabulazione del coro composto dalle donne di Corinto, e quindi del pubblico, ad appoggiare la propria causa.

Una donna che donna non è

Cadono tutti i topos della lotta di genere. Medea non è nemmeno una donna.

Il personaggio è interpretato da Franco Branciaroli nel rispetto pedissequo della tradizione del teatro greco, dove i ruoli femminili erano consegnati agli uomini. Perfetta la Medea da lui interpretata e perfetto Branciaroli nell’interpretarla.

Non si parla qui di femminismo né di rivoluzione dei sessi, ma di un rovesciamento di generi. Medea non è la donna per antonomasia altrimenti non arriverebbe a uccidere i propri figli. Nessuna madre lo farebbe, nessuna donna, come ci ricorda il coro.

Essa incarna piuttosto la minaccia e l’inganno. La recitazione intelligente spezza il ritmo delle frasi per soffermarsi ironicamente a sottolineare delle parole regalando al pubblico un’interpretazione nuova del testo.

“Non sono un guaio ma donna sì”

Il pubblico è vittima dell’inganno di Medea, non può non essere al suo fianco anche quando decide di compiere l’abietto parricidio. Potente e malvagia si snatura essa stessa dall’essere una donna, un essere umano, e diviene un simbolo. Il simbolo della vendetta, della giustizia divina di cui si erge esecutrice persino contro se stessa.
Se Giasone paga con la morte dei propri figli non tanto il tradimento quanto l’infrazione del giuramento con cui si era legato a Medea, essa con il parricidio espia la propria colpa per aver rinnegato i valori patrii sposando un greco.

Lo stupore della contemporaneità

La Medea di Ronconi riproposta a distanza di vent’anni con la regia di Daniele Salvo è uno spettacolo che stupisce per la sua contemporaneità sebbene sia fedele alla tradizione. Ritroviamo in essa antico e moderno, ironia e gravità. Uno spettacolo necessario che finalmente coinvolge il pubblico come avveniva nelle rappresentazioni della Grecia classica con temi che ci riguardano tutt’ora.

Viviamo grazie a questo spettacolo una catarsi così come accade a Medea che sorge sul finale, assieme al cadavere dei propri figli adagiati con cura in una vasca intrisa di sangue.

Medea, candida e dorata, imperturbabile e vincitrice nella sconfitta umana.

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