Sabato mattina, nel corso della conferenza stampa di presentazione del suo libro Morgana, Michela Murgia ha più volte citato Grazia Deledda, prima donna italiana a ricevere un Nobel.
Non si può non cogliere una particolare coincidenza nel fatto che, sul finire di quella stessa giornata, ci sia stata un’altra importante premiazione: mi riferisco a quella di Svetlana Aleksievic.
La Aleksievic, quattordicesima donna a vincere il Nobel (letteratura,2015), è infatti la prima donna a vincere il Premio “La storia in un romanzo” conferito da Credit Agricole Friuladria nel corso dell’edizione di Pordenonelegge che si è appena conclusa.

Premiazione, preceduta da una conferenza stampa e che ha introdotto un incontro dell’autrice con il pubblico moderato da Marino Sinibaldi.

La Alejsievic porta i lettori in un mondo che, almeno da Pordenonelegge, non era mai stato indagato.
Un mondo dai fragili equilibri, quello dell’Est Europa.

La produzione letteraria della Aleksievic è un monumento letterario della nostra storia e della nostra epoca.

Saranno, rimarranno alcuni dei pochi testi che raccontano il nostro tempo.

Libri come ‘La guerra non ha un volto di donna’, che racconta la Seconda Guerra Mondiale in una modalità fuori dall’ordinario, portandoci la visione diversa data dallo sguardo delle donne.

O come “Gli ultimi testimoni”, testo drammatico e terribile che ci porta nello sguardo dei bambini.

Sempre rimanendo in tema “guerra”, il suo Ragazzi di Zinco è forse il libro più criticato, forse perché narra della guerra in Afganistan.

Famoso è il suo “Preghiera per Cernobyl”: un evento, quello di Cernobyl di cui non solo è stata testimone, ma anche protagonista e partecipe.

Un tempo e un momento che nessuno racconta più è la vita in Russia dopo il crollo del comunismo, che lei racconta in “Tempo di seconda mano.”

Imprescindibile una riflessione sul tempo, un tempo che sembra essere sempre di meno o quasi assente, come l’attenzione verso l’altro.

Il racconto delle voci

La “donna orecchio”, che ha ascoltato, ha dedicato tempo e attenzione per ascoltare le voci e per entrare nella vita degli altri.

Tutte “Voci” che la Aleksievic ha raccolto da giornalista.

Un mestiere ancora molto pericoloso: dalla Perestrojka ad oggi infatti si avvicinano al migliaio i giornalisti che cercavano verità e che sono stati uccisi.

Perché la Aleksievic ha sentito il bisogno di raccontare queste voci?

Forse perché fin da piccola è stata circondata da voci: dato che i suoi genitori erano insegnanti che hanno vissuto nella campagna slava, dove tutti si conoscevano, è da sempre stata abituata ad ascoltare gli altri, in particolare gli adulti.

Adulti che molto le hanno raccontato della propria storia e della storia di quei luoghi.

Dopo la Laurea in Giornalismo ha iniziato a lavorare per un giornale di un paese di campagna dove, anche lì, la gente le raccontava il proprio vissuto.

È stata proprio l’influenza della gente semplice dei paesi di campagna che la circondavano,- quella non condizionata da qualcuno-, a farle scegliere la direzione da prendere nella sua professione.

Quella professione che è da sempre orientata dalle ‘scintille di vita’, dalle testimonianze che ha raccolto.

Nuovi progetti

Tra i nuovi progetti, un nuovo libro, il suo primo libro che parla dell’amore.

Un libro in cui uomini e donne le raccontano quello che vogliono dire sul tema.

Amore e morte fanno sempre parte della nostra vita, Ma non siamo fatti per nascere e morire dopo lo scoppio di un reattore. Ognuno di noi è diverso e ha un compito diverso da portare avanti in questa vita

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