Serie, Serie e ancora serie. Ma quanto ci piacciono le serie? Così tanto che le vedo ovunque, anche a teatro.

E questo fine settimana di serie a teatro ne ho viste ben due!

In ordine cronologico di visione (parlando di serie…si va in ordine).

Al Teatro Leonardo di Milano è in scena “Potted Potter” (fino al 4 novembre, poi in tour in tutta Italia) una non autorizzata parodia sulla saga potteriana. “Potted Potter” nasce una decina di anni fa in Gran Bretagna (e dove se no) da due giovani autori Daniel Clarkson e Jefferson Turner, partendo dalla strada per arrivare a diventare un fenomeno mondiale.

Visto che, oltre alle serie tv mi piacciono molto i fenomeni mondiali, pur non essendo una particolare estimatrice del personaggio (si ho visto tutto i film, si ho letto qualche libro, si ho visto i costumi originali ai Warner Studios di Los Angeles dove ho anche comprato la bacchetta, si sono stata a Kings Cross a vedere il binario 9 ¾ …ma non sono una fan), venerdì sera vado al Teatro Leonardo.

E ci sono i bambini. Tanti bambini, troppi bambini. Ovvio, ma onestamente non mi aspettavo la massa infante, anche piccolissima. Mi chiedo cosa si aspettano di vedere, e mi chiedo cosa possono capire.

In cosa consiste l’esperienza non autorizzata?

In settanta minuti di spettacolo (più una lunga introduzione), vengono raccontati, mimati, recitati, tutti e sette i libri.  Più o meno dieci minuti a libro.

E come? Grazie a due attori che interpretano buona parte dei 300 personaggi. In realtà è solo uno di loro, mentre l’altro, dichiarandosi esperto Potteriano e sbandierando una intima amicizia con l’autrice, narra e impersona Harry Potter.

Potted Potter

In Italia lo show è diretto da Simone Leonardi (noto notissimo attore e performer di musical –   indimenticabile straordinario protagonista di Priscilla Regina del Deserto), mentre i due attori sono Davide Nebbia (narratore, Potter e…occasionalmente boccino d’oro), e Mario Finulli, pasticcione e poliedrico interprete di tutti gli altri personaggi (non 300 molti molti di meno).

Divertente è divertente certo. Avendo solo un’infarinatura della saga si segue facilmente. Magari chi non conosce Albus Silente o Syrius Black potrebbe capire poco ma i due ragazzi sono bravi, divertenti, spiritosi,  che rendono piacevole lo spettacolo anche a chi mastica poco la materia.

Davide e Mario (non cambiano i nomi in scena), giocano tanto con il pubblico. Mario, insiste nell’organizzare una simil partita di quidditch. Peccato che il coinvolgimento con il pubblico sia destinato solo ai bambini. In questo momento pare di assistere ad uno spettacolo per loro. In realtà non lo è, non nel testo dove riferimenti adulti (e anche adulti adulti come me) sono tanti e precisi.

Però Davide e Mario (attore 1 e attore 2 come riportato sulle loro magliette) sono bravi, la lingua è sciolta, l’umorismo c’è, l’intesa è perfetta. E i bambini sono contenti di farsi fotografare con loro a fine show.

Se venerdì ho visto a teatro un bignami di una saga letteraria, sabato invece ho visto a teatro l’origine delle serie televisive. Del resto Netflix deve avere qualche trisavolo da qualche parte. E l’antenato è sorprendentemente e insospettabilmente il bardo! Proprio lui, William Shakespeare.

Who is the king

Ed è questo che la produzione del Teatro Franco Parenti “Who is the king” mette in evidenza.  E che fior di serie ha scritto! Oltre un secolo di storia inglese: siamo tra il XIV  e XV secolo, periodo in cui si susseguono al trono Riccardo II, Enrico IV, Enrico V, Riccardo III.

Attraverso i suoi drammi, Shakespeare ha raccontato in forma seriale i giochi di potere di sovrani più o meno legittimi. E il Teatro Franco Parenti ne ha fatto una vera e propria serie, partendo da Riccardo II e la prima parte dell’Enrico IV.  Una serie che ha tutti i canoni della serialità televisiva: narrazione, tensione, intrighi, personaggi che sia amano e che si odiano. E le puntate che ovviamente finiscono sul più bello per poi essere riprese nella puntata (in questo caso primo e secondo atto), successiva.

Non pare neppure di assistere ai drammi di Shakespeare. Piuttosto sembra di essere immersi nei Tudor (televisivi).

Che in questo caso non è un limite, anzi, è un pregio. Il pregio di far apprezzare l’autore inglese anche a chi esperto o amante proprio non lo è.

Effettivamente, terminata la prima parte di Enrico IV, (scontro tra il figlio scavezzacollo Enrico che vuole riconquistarsi la stima paterna, ed Enrico Percy, fedele alla corona di Enrico IV fin da bambino), mi sono chiesta come va a finire. Ma per questo bisogna aspettare, un’attesa che durerà almeno un anno (come per le serie tv), quando le vicissitudini shakespeariane dei sovrani inglesi verrà, si spera, portata avanti.

Sono certa che alla fine della saga mi sentirò un po’ orfana, sperando, magari, come per Versailles, in uno spin off. Ma non mi risulta che Shakespeare si sia spinto fino a tanto.

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