Questa non è guerra, è suicidio!

Ma non si poteva dire perché a leggere le lettere scritte dai soldati del Regio Esercito c’era l’ufficio della censura.

Vipere
Massimiliano Borghesi e Gualtiero Giorgini

Proprio in un ufficio del genere, sotto a Pian di Stella, si sviluppa Vipere, un testo inedito di Carlo Tolazzi, diretto da Matteo Oleotto, che costituisce la nuova produzione teatrale de La Contrada, realizzata con il patrocinio del Comune di Trieste, e che ha debuttato in prima nazionale venerdì 4 dicembre.

Le celebrazioni per il centenario della Prima Guerra Mondiale sembrano non finire mai ma è bello che finalmente si prenda spunto dal punto di vista dei soldati, togliendo la mistificazione all’evento, e riducendolo a quello che è: un insieme di atrocità ed assurdità che ha visto perire 650.000 soldati italiani e non sempre per mano del nemico, perché si poteva morire anche per un congiuntivo sbagliato o semplicemente per aver scritto ai propri cari la realtà del fronte.

Partendo da documenti ufficiali, lettere dei soldati e materiale di propaganda dello Stato Maggiore, Carlo Tolozzi scrive un testo dove i

Vipere
Gualtiero Giorgini e Roberta Colacino

personaggi sono 3: un ufficiale della censura (Gualtiero Giorgini) “alacre e zelante”, vanitoso, carrierista e assolutamente adeguato a quella che è la sua missione: dare un’immagine positiva ed eroica della guerra con ogni metodo, sia esso lecito ma anche illecito; al suo fianco, un’assistente ex prostituta nei bordelli di guerra (Roberta Colacino), che l’aiuta nello smistamento della corrispondenza atteggiandosi a maestrina e del tutto presa dal suo nuovo ruolo di “assistente linguistica del colonnello”; ed infine l’alpino Mazzoli (Massimiliano Borghesi) attendente del colonnello ed amante segreto della sua assistente.

A far da filo conduttore a tutto lo spettacolo è la vicenda del soldato Luigi Einaudi, morso da una vipera mentre era intento a togliersi i pidocchi, destinato quindi alla morte ma che il suo colonnello vorrebbe rendere più eroica mandandolo, imbottito di tritolo, verso le mitragliatrici nemiche. Il soldato ovviamente si rifiuterà e per questo sarà deferito alla Corte Marziale e condannato a morte “di lato” perché, colmo dell’assurdo, i giudici non hanno saputo decidere se sparargli al petto in base ad un articolo del codice militare o alla schiena in base ad un altro. Alla fine il povero Einaudi morirà prima della loro decisione rendendo inutile tutto il procedimento ma al colonnello, che ha cercato per gli ottanta minuti dello spettacolo di farlo tenere in vita, questo non può andar bene da qui il colpo di scena finale, che ovviamente non racconteremo.

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