Je ne m’appelle pas Catherine Deneuve

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Il filosofo Ruwen Ogien difendeva la libertà di offendere in quanto indispensabile alla creazione artistica. Allo stesso modo difendiamo la libertà di importunare, indispensabile alla libertà sessuale. Siamo oggi sufficientemente avvertite per ammettere che la pulsione sessuale è per natura offensiva e selvaggia, ma siamo anche sufficientemente perspicaci per non confondere un rimorchio imbarazzante con un’aggressione sessuale.

 

Questo è uno dei passaggi della lettera su Le Monde, che qui trovate tradotta, di Catherine Deneuve che tanto ci sta facendo chiacchierare in questi giorni.

Le opinioni che ci si è fatti intorno alla faccenda delle molestie sono tante. Ma forse il problema più grosso sta sempre nel “giustizialismo ad orologeria”. Questa sorta di indignazione a cucù che ci travolge e che finisce inesorabilmente per banalizzare tutto.

Sembra come se nell’ultimo anno ci si fosse resi conto che il mondo si sia  riempito, improvvisamente, di uomini che molestano o corteggiano, in base al punto di osservazione scelto.

È l’avverbio improvvisamente che butta tutto in vacca.

Lo butta in vacca quando improvvisamente un superproduttore perde credito dalla sera alla mattina, dopo aver fatto per anni i suoi porci comodi, è il caso di dirlo.

Lo butta in vacca quando un attore, dopo essere stato portato in giro come una Madonna pellegrina, si trova ad essere cacciato dai set, dalla sera alla mattina.

Lo butta in vacca, quando si creano le fazioni  che “da ora in poi sciacquati la bocca prima di parlare con me”; oppure “tranquillo sono lusingata se tieni la mano sul mio ginocchio mentre parliamo di lavoro”

Certo è che se prima non se ne parlava, oggi forse lo si sta facendo troppo e forse pure a sproposito. In tutto questo a farne le spese continuano ad essere coloro che non hanno voce e comunque sono sempre le donne a farci la fine peggiore. Già perchè, come avviene sempre, portando il discorso su un piano come se ci potessero essere due punti di vista, le donne ne escono o frigide o zoccole, secondo il punto di osservazione.

Per quanto l’associazione TimeUp e l’impressionante campagna #Metoo (che ha avuto in risposta l’altrettanto impressionante #ihave) siano mosse da nobili intenti, le azioni di cambiamento sono vere se realizzate in tandem con le istituzioni, iniziando a scegliere meglio i propri rappresentanti, ad esempio.

Dovrebbe essere scolpito sulla pietra che “No” vuol dire “No”. E che quella cosa che quando una donna dice No, in realtà vuol dire Sì, a meno di un disturbo del linguaggio, è una solenne fesseria al pari della fatina dei denti e dei bambini sotto i cavoli.

Tutto questo cinguettare dimostra solo che per sradicare un certo tipo di pensiero cavernicolo il lavoro che serve è molto più di quello che sembri.  Se le donne devono farselo dire da qualcuno se sentirsi mortificate o lusingate, vuol dire di strada ce n’è davvero tanta.

 

 

 

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Chi sono
General Manager, Autrice La Nouvelle Vague Magazine
Linamaria Palumbo. Siciliana di nascita romana d’adozione, triestina per residenza. Laureata al DAMS di Palermo. Si occupa di blog di social e contenuti digitali. Ama le belle storie. Spesso le si “chiude la vena” per gli argomenti che l’appassionano, ma nulla di violento. Da sempre risponde a domande che nessuno le ha mai posto.
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