“Dondoliamo sulle onde dell’amore. […] Una brezza autunnale spettina i capelli. […] I capelli che prendevano via tutta la luce.”

In uno spettacolo dove la parola diventa strumento di comando, l’aggressività lascia il posto alla Poesia e ci culla mentre impariamo a conoscere lo spettro più ampio di ciò che è l’uomo: un essere bestiale reso mansueto dall’amore.

Il bianco protagonista vaga, parla senza sosta, schiocca le dita. E ogni schiocco è un “Attenti!”; diventa matador di se stesso e di quelle tre nere figure che vagano non come lui ma per lui. Conosciamo così Maria, Maria e Mario. Prestano il corpo a un gioco malato, sono burattini guidati da un sadico dalle dita schioccanti. Ma il meccanismo si inceppa, non funziona più. Sono liberi eppure senza vita, la loro esistenza è in funzione di quell’essere.

Questo tipo di arte, questo teatro fisico che è divenuto il tratto distintivo di Natalia Vallebona (regista e coreografa), è stato definito “danza esistenziale”. Anche un attore muto ha un corpo che parla, che fa emozionare o rabbrividire. Le tre nere figure si trovano imprigionate nella carneficina che il narratore tesse, ed è continuo schianto. Vengono attaccati, obbligati ad amare, a fumare, a svestirsi, a morire. Diventano animali famelici che lottano per una donna, maniaci. Diventano dolci e benevoli. Si piegano come giunchi, resilienti. Ma si piegano fino all’autodistruzione.

Ed è la stessa bianca figura a distruggersi mentre ricorda il viaggio della sua vita. È come un Cristo in croce. Da aguzzino si ritrova vittima. Voleva viaggiare. Tutto è avvolto in un misticismo religioso che culmina in uno straziante: “Quando è che si rinuncia?”.

Interpreti che incarnano la nevrosi, che implorano il perdono. Sono Faustino Blanchut, Mariangela Giombini, Marianna Moccia e Francesco Russo.

Tentano di esplorare l’essere umano per coglierne le fragilità e le verità. Però non c’è meta, nessun traguardo può attenderci perché è impossibile decriptare questo mistero che è l’umanità. E forse quando sapremo come fare arriveremo proprio lì, dove appassiscono i fiori… e tutto acquisirà nuova luce.

Où les fleurs fanent sarà in scena fino al 18 marzo in Sala Bartoli, dedicatevi un’ora per riflettere!

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