Nell’intimità della scena di Parole Controvento a Trieste, Giustina Testa commuove tutti con Sala Party, per la regia di Daniela Dellavalle con la preparazione di Paolo Antonio Simioni

Dev’essere vero quel detto secondo cui la mente umana si abitui a qualunque aberrazione. Anni di medical drama televisivi ci hanno “vaccinati” alle storie dentro gli ospedali. Ospedali dove dottorini più o meno simpatici, pronti a buttarsi nel fuoco per i loro pazienti, sembrano disposti a tutto pur di assolvere alla loro grande missione di salvezza del mondo, tra una battuta e l’altra.

Sala Party, di e con Giustina Testa, non ha nulla di quell’atmosfera. Qui i corridoi sono lunghi, i medici sbrigativi e la dignità di una donna è un optional non previsto dal pacchetto.

La protagonista di Sala Party si trova a dover affrontare la scelta più dura della propria vita: praticare o meno l’aborto terapeutico. Mentre la sua anima si spacca in mille pezzi, intorno a lei la routine dell’ospedale va avanti, quasi incurante del dramma umano che si sta consumando.

Il monologo di Giustina Testa, non è solo il dramma di una donna costretta a scegliere per la vita di suo figlio, ma punta una luce su quel meccanismo caustico, fatto di ironia istintiva, che si attiva nelle situazioni disperate per proteggerci. Per illuderci che lo schianto con la realtà sia meno forte. L’ironia come scialuppa di salvataggio. Il vetro da rompere in caso di emergenza.

Per poco più di un’ora Sala Party, con la sua atmosfera asettica, con le luci gelide da blocco operatorio, costringe il pubblico a soffrire con questa donna. Ed proprio quella di rompere il vetro l’esigenza che proviamo durante il monologo . Vorremmo fuggire. Scappare lontani da tutte quelle flebo, quelle parole, quelle contrazioni, quel dolore “che non porterà a nulla”.

Ogni componente della platea fa i conti con il fatto che da nessuna porta entrerà un super chirurgo zoppicante geniale e stronzo, nessuna Meredith piena di spasimanti, nessuno. Questa è roba seria, questo è Teatro. E’ la vita.

Quando si accendono le luci il trucco è sciolto (soprattutto quello del pubblico), i più fortunati si sono ritrovati un fazzolettino in tasca, i meno fortunati sono costretti ad annegare nel disagio. Il disagio di non sapere cosa dire.

Guardiamo l’attrice come se fosse un’eroina. Una donna che è stata all’inferno ed è tornata per raccontarcelo.

Anche stasera una donna ha ucciso un mostro.

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General Manager, Autrice La Nouvelle Vague Magazine
Linamaria Palumbo. Siciliana di nascita romana d’adozione, triestina per residenza. Laureata al DAMS di Palermo. Si occupa di blog di social e contenuti digitali. Ama le belle storie. Spesso le si “chiude la vena” per gli argomenti che l’appassionano, ma nulla di violento. Da sempre risponde a domande che nessuno le ha mai posto.
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