E se tutte noi donne cominciassimo a inseguire assertive, volitive, valchirie e senza chiedere il permesso a nessuno, le nostre volontà più ambiziose e voluttà più epidermiche? Forse ci renderemmo conto che non servono le “tette” per essere donne e magari le lasceremmo addirittura volar via, lanciandole in aria come palloncini!

È proprio quello che fa Therese ne Le mammelle di Tiresia dramma surrealista di Guillaume Apollinaire, in scena dal 12 al 17 marzo, con la compagnia Hangar Duchamp al teatro Trastevere, un personaggio femminile che, per troppa virilità (o assenza di femminilità?), diventa il maschio Tiresia, un archetipo della femminista. Le mammelle di Tiresia è ambientato a Zanzibar, raccontata come una sorta di Eden immaginario in cui si inscena la Francia d’inizio secolo, che non tarderà a diventare funesto e minaccioso. In questo paradiso traboccante di fertilità, dai frutti alle donne che dovrebbero, secondo le consuetudini “fare solo bambini”, Therese sceglie di abbandonare la sua identità, stanca e esacerbata da un ruolo di donna stereotipato dove, a parte il seno prosperoso, si è dispersa la traccia di ogni femminilità, almeno nella sua percezione di sé.

Che cos’è una femminista in questa strana e bizzarra versione di Apollinaire? Non è tanto una donna che vuole fare l’uomo quanto una donna che rinuncia al diktat di genere, alla costruzione sociale del genere femminile perchè in realtà Therese vorrà anche fare cose da uomo, come arruolarsi nell’esercito, ma quello che desidera è essere libera di scegliere, seguendo l’estro momentaneo, senza vincoli né doveri.

Quindi, che cos’è una donna? Di sicuro il primo gesto di rottura sul palco, quello di lanciare via le “mammelle” è un simbolo forte che poi ritroveremo nel finale: dopo il suo percorso di emancipazione Therese, diventata Tiresia, corrispettivo maschile del nome, e il suo malcapitato marito riconoscono la futilità di quelle che sono icone del femminile, almeno secondo la dominante prospettiva maschile che spesso coincide con quella della cultura di massa.

Le mammelle di Tiresia

Le tette non servono più e solo alla fine di questo “cammino” di inversione di ruoli, Tiresia è in grado di farlo accettare al marito che, travolto dall’amore per una donna, finalmente in carne ed ossa, altra rispetto al “cartonato” prosperoso in cui Therese si sentiva costretta, sente di non averne più bisogno.

Ecco dunque cos’è una donna: aspirazioni, libertà, realizzazione di sé e nessun timore nell’affermare opinioni e cambiare le rotte del suo destino. È il rifiuto dell’autorità maschile, dominante all’epoca, oggi sarebbe il rifiuto di riconoscere l’autorità in genere, non da un punto di vista formale, ma come muro di gomma della propria emancipazione sociale, dell’affermazione dei propri diritti e della propria felicità. Ecco cos’è una femminista dunque: non rivendicazione di qualcosa contro qualcuno, non una guerra tra i sessi, non serve rivendicare quando smetti di legittimare un’autorità a pensare per te.

Il surrealismo dell’opera, travasato poi nell’attualità, grazie alle musiche contemporanee, tra cui quelle di Renato Zero e Loredana Bertè di cui Therese mima costumi, gesti e pose per dare un volto moderno ma anche ironico all’idea di donna indipendente e aggressiva, mixa tutti questi umori in un genere nonsense dove lo spettatore è costretto a seguire più piani di rappresentazione.

Gli oggetti utilizzati dai personaggi sono distonici: una scopa in mano a un gendarme, una parrucca dai capelli blu sulla testa di un bambino che canta Renato Zero, sono come gli objet trouvé della poetica surrealista, elementi che, così gettati in un contesto insolito, costringono lo sguardo dello spettatore, come spiazzato, ad una interpretazione nuova!

Divertente e carico di energia salvifica per tutti, donne e uomini, single e in coppia!

Le Mammelle di Tiresia di Guillaume Apollinaire

regia: Andrea Martella

interpreti e personaggi: Simona Mazzanti in Teresa-Tiresia; Flavio Favale nei panni del marito; Edoardo La Rosa nei panni del Gendarme; Vania Lai interpreta Il Chiosco/Presto/il Figlio; Giorgia Coppi nei panni di la giornalista parigina/Lacouf/una signora; Walter Montevidoni è Il Direttore/Il Popolo di Zanzibar

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Sedicente eclettica e anticonformista, bourgeois, in senso habermasiano, intraprendente giocoliera in bilico tra yin e yang: ecco come amo definirmi al di là di ogni stereotipata classificazione demo-psicografica. Nata a Benevento, cittadina di cultura “catto-centrista”, allo scoccare della maggiore età, “emigro” nella capitale con la classica valigia in tetrapack (rivisitazione post-moderna della tipica dotazione in cartone da primo emigrante), piena di sogni e scommesse a lunga scadenza, che accompagna gli out–of-home students. Laurea in Scienze della comunicazione, dal marketing all’ufficio stampa al giornalismo fino alle strategie di digital branding la comunicazione quasi non ha più segreti per me. Scrivere è sempre stata la mia prima vera passione al pari della danza: la scrittura e la danza sono i veri amori della mia vita!
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